a cura di Elisa Cilia e Matteo Torani
traduzione di Nicole Marsili

 

 

Begoña Huertas (Gijón, 1965) è una giornalista spagnola e scrittrice di saggi, racconti e romanzi, tra cui il noir "Una notte ad Amalfi" (e/o, 2013). Vincitrice del Premio Casa de las Américas nel 1993, dottoressa in Filologia Ispanica, attualmente collabora con diverse testate giornalistiche e insegna scrittura creativa presso la UAM. In questa intervista, realizzata in esclusiva per Tinta Hispana, ci parla del mestiere di scrivere, di letteratura e società.

SCRIVERE, UN PROCESSO

Come hai scoperto che scrivere sarebbe diventato il tuo mestiere? Puoi raccontarci come hai capito di essere una scrittrice?

In realtà si è trattato di un processo. Scrivo da sempre. A 11 anni scrivevo copioni di soap opere radiofoniche (che “trasmettevo” ogni sera per le mie sorelle), e a 15 scrivevo poesia. A 19 ho pubblicato le mie prime poesie su una rivista universitaria. Tuttavia, credo sia stato a 25 anni, quando ho raccolto una manciata di racconti e mi sono decisa a inviarli a una casa editrice, che, potremmo dire, “ho scelto” di dedicarmi alla scrittura come mestiere.

Nel corso della tua carriera hai sperimentato diversi generi letterari: il racconto, il romanzo, il giornalismo, il saggio, ecc. C’è una correlazione tra questi generi letterari e i diversi periodi della tua vita? Da un punto di vista letterario, qual è stata la tua sfida più grande?

Per un periodo ho praticato la scrittura di fiction insieme al saggio accademico e la critica letteraria, e in seguito la scrittura di romanzi e rubriche di opinione. In questo momento, il mio ultimo libro, El desconcierto, riunisce procedimenti che derivano da diversi generi: si tratta di un saggio sulla letteratura e sulla malattia, ma è anche un testo autobiografico. La stesura di ogni nuovo libro per me è una sfida. Cerco sempre di fare qualcosa di diverso; ribadire le stesse cose non avrebbe senso e diventerebbe alquanto noioso.

A proposito del processo di creazione, da dove inizi di solito a tessere la trama del romanzo? Dalla fine, da un fattore o un evento scatenante, dalla caratterizzazione di un personaggio? Come affronti la mancanza di ispirazione? Raccontaci.

Ogni progetto, come dicevo, è diverso. In generale, però, posso dire che come punto di partenza sono più motivata da una sfumatura, una voce narrante, un’atmosfera, piuttosto che dalla trama e dalle tematiche, che mi interessano meno.

Non lavoro con schemi prestabiliti. Certo, c’è un filo che mi conduce avanti, ma potrebbe essere davvero sottile. Il libro si crea man mano che lo scrivo e lo riscrivo. Si potrebbe forse dire che lavoro per livelli: torno all’inizio e lo imbastisco fino alla fine, per poi tornare di nuovo all’inizio e così via. Non sarei in grado di scrivere una frase dietro l’altra dando per buono ciò che lascio indietro e senza correggere niente più avanti.

Arriviamo, quindi, alla seconda domanda. La mancanza di ispirazione la affronto lavorando sulla parte, più artigianale, diciamo, del racconto:

"[...] c’è un filo che mi conduce avanti, ma potrebbe essere davvero sottile. Il libro si crea man mano che lo scrivo e lo riscrivo."

ripassando i profili dei personaggi, ricomponendo la struttura, correggendo ripetizioni, allitterazioni, ecc. Forse, si potrebbe dire che i momenti di ispirazione mi fanno scrivere, e quelli di non-ispirazione mi fanno correggere.

C’è qualche scrittore italiano contemporaneo che apprezzi particolarmente o verso cui senti una certa affinità? E poi, c’è qualche classico della nostra letteratura che ha segnato o ispirato la tua scrittura?

Ammiro molto Cesare Pavese e condivido con lui proprio questo intendere la scrittura come un’azione che si compie “alla cieca”. “Ciò che stiamo scrivendo è sempre cieco”, dice. E ha ragione. Solo dopo aver scritto si può tornare sul testo e cercare di capire qualcosa sulla propria scrittura e sui temi. Il mestiere di vivere è stato per molti anni il mio libro preferito in assoluto. Lo tenevo sempre a portata di mano sul comodino. La mia copia è tutta sottolineata.

 

“Hotel Kafka” è una realtà formativa importante a Madrid, che propone corsi per ogni tipo di necessità letteraria. Lì sei insegnante al master di Scrittura Creativa, insieme a scrittori come Rafael Reig e Eloy Tizón. Che genere di esperienza è insegnare a elaborare e scrivere composizioni letterarie? Pensi che quello della scrittura sia un dono o si può realmente imparare studiando? In che modo è possibile?

Sì, do alcune lezioni all’Hotel Kafka, e anche al seminario di Scrittura Creativa del master di Letterature Ispaniche dell’Università Autonoma di Madrid. Credo che ci sia una parte del processo di creazione, la parte artigianale, che di sicuro può essere insegnata: come sfruttare le risorse del linguaggio, come strutturare il materiale, i modelli per costruire un dialogo, l’uso del punto di vista, ecc. Ovviamente c’è un’altra componente essenziale: il talento, la capacità di vedere le cose in modo interessante e originale, e questo, no, non si può insegnare.

 

Il 20 giugno 2019 hai presentato il tuo progetto di letteratura alla Real Academia de España a Roma. Il De rerum natura di Lucrezio è stata la tua fonte di ispirazione per scrivere questo romanzo. Come influisce quest’opera sul “tema dell’identità, del dualismo corpo/mente, della coscienza e della costruzione di ciò che chiamiamo io”, così come si legge sul sito web dell’Academia?

Il De rerum natura è un libro meraviglioso, mi affascina che, nel primo secolo avanti Cristo, Lucrezio parlasse già di atomi e del ciclo della natura. Lui nega il dualismo tra mondo materiale e spirituale, in quanto “dimostra” che anche ciò che chiamiamo anima è qualcosa di materiale, come il corpo. La sua premessa è che, una volta compreso che siamo fatti della stessa materia del resto delle cose, perdiamo la paura. Di Lucrezio mi affascina la volontà di capire. Il suo approccio alla vita scientifico e allo stesso tempo poetico. Il romanzo al quale sto lavorando si intitola precisamente La manía de entender, e affronta, come i miei precedenti lavori, il tema dell’autoinganno; parla anche della costruzione dell’io. In questo caso, esploro un linguaggio più vicino alla poesia e c’è persino una componente visuale. Il tempo trascorso all’Accademia l’anno scorso ha favorito questa combinazione di generi che mi interessa molto.

"La sua premessa è che, una volta compreso che siamo fatti della stessa materia del resto delle cose, perdiamo la paura."

Uno dei tuoi articoli pubblicato su eldiario.es si intitola “Quiero un empleo, trabajo me sobra”. Leggendo questa frase mi sono soffermata a pensare, non ho voluto chiarirne il significato leggendo subito l’articolo, ho invece deciso di prendermi del tempo per capirla. E la sola lettura del titolo mi ha fatto riflettere sulla sottile, ma enorme, differenza tra queste due parole: un’ovvietà, ma quante cose può “nascondere” la lingua se continuiamo a leggere sempre tutto così di fretta! Cosa pensi riguardo alla moda/necessità del giornalismo di adattarsi a tempi di lettura ridotti, un numero di parole stabilito e a contenuti scarni e brevi? Ti è mai successo di doverti adattare a queste norme redazionali?

Sì, certo. Scrivere rubriche di opinione è stata una sfida perché si trattava di un formato abbastanza rigido, un numero limitato di parole e, inoltre, richiedeva un collegamento con l’attualità. Mi sono divertita molto a farlo, ma è stato anche estenuante. Se non vuoi pubblicare una cosa qualsiasi, è molto impegnativo ed è difficile non essere ripetitivi. Dopo sei anni, mi sono presa una pausa.

Torniamo al tema centrale di quest’intervista, cioè la femminilizzazione di determinate mansioni (le cure parentali, l’educazione dei figli, le attività domestiche). La percezione, forse piuttosto stereotipata, che in Italia abbiamo della Spagna è quella di un paese che è riuscito a progredire moltissimo in quanto a politiche e pratiche che mirano all’uguaglianza di genere. E questo perché, tra le altre cose, mentre negli anni '80 e '90 in Spagna ci si avviava verso un grande cambiamento in questo senso, in Italia ci preparavamo a ricevere Berlusconi come “l’uomo nuovo”. È inutile dire quanto siano stati spaventosi due decenni di cultura popolare massificata attraverso un impero mediatico che ha relegato la donna a un mero elemento decorativo, riconoscendole una centralità solamente come oggetto del desidero maschile. Ciò che ha fatto il berlusconismo in Italia è stato ridisegnare le coordinate del patriarcato: ha rimosso il grigiore del proibizionismo cattolico e ha scoperto il desiderio infinito di guardare e consumare, a colori e in alta definizione, tutti gli angoli del corpo della donna. In Spagna c’è stato un processo simile di ridefinizione degli schemi patriarcali? Secondo te, quali sono in Spagna gli ambiti della vita pubblica e privata che ancora resistono al cambiamento? E che ci dici degli uomini? Dal tuo punto di vista, si sta riconsiderando la mascolinità?

Sì, è vero che in Spagna sono stati fatti moltissimi progressi. Ne è la prova, sfortunatamente, la reazione attuale dei settori più conservatori. Sono stati fatti molti passi avanti, tuttavia manca ancora molto. Procediamo troppo lentamente. Sulla carta l’uguaglianza è stata ottenuta, ma nella pratica? No. L’attenzione continua a ricadere sulle donne, ovviamente a proposito del lavoro non retribuito; professionalmente le donne devono lottare il doppio per riuscire a essere prese in considerazione; gli stereotipi continuano a funzionare come busti che ci limitano, lasciandoci sempre la parte peggiore o in secondo piano; coloro che ostentano il potere sono sempre, nella maggior parte dei casi, uomini; la violenza di genere è ancora un fatto terribile e quotidiano. Penso che parte degli uomini stia riconsiderando il rapporto con le donne, ma sono pochi, è difficile rinunciare ai privilegi quando si hanno.

 

 

Leggendo alcuni articoli sul blog di eldiario.es ho avuto la sensazione di leggere una sociologa veteromarxista che non vuole accettare (né mandare giù) la storiella per cui viviamo nell’epoca di un oscuro capitalismo post-ideologico. Che ne pensi al riguardo? Quali sono i tuoi riferimenti intellettuali contemporanei?

La questione della post-ideologia, così come quella della fine della storia, sono una sciocchezza. Non sono sociologa né economista, non sono una teorica né un’intellettuale, parlo per buon senso e partendo da ciò che vedo. E ciò che vedo è, come diceva il multimilionario americano Warren Buffett, che c’è una guerra tra classi e che stanno vincendo i ricchi. Non è possibile che il denaro si accumuli sempre di più nelle mani di pochi e che non ci siano misure protettive, sia per l’insieme della società sia per il pianeta. Sai, proprio qualche giorno fa stavo ascoltando Silvia Federici qui a Roma, alla Casa delle Donne, “Lucha y Siesta”, e in generale mi identifico molto con il suo punto di vista.

Infine, torniamo alle parole e al loro potere di racchiudere mondi di significati; mondi che, a volte, possono essere distorti da un uso poco attento o tendenzioso del linguaggio. Nel nostro blog ogni mese presentiamo una parola, proprio con l’obiettivo di fare un approfondimento semantico. Pensando alla nostra epoca, ci lasci due parole che senti particolarmente tue e che suscitano in te, rispettivamente, paura e speranza?

Egocentrismo / Natura

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