Vi presentiamo il quarto racconto del progetto “Cuentos guatemaltecos”, in collaborazione con il Professor Stefano Tedeschi e il Dipartimento di Studi Europei Americani e Interculturali dell'Università La Sapienza, per cui pubblicheremo nove racconti di autori guatemaltechi contemporanei, in versione spagnola e italiana, tradotti dagli studenti del corso di laurea magistrale in Scienze linguistiche, letterarie e della traduzione. È un’occasione per conoscere una narrativa viva e ricca che si manifesta nelle forme più varie del racconto.

 

Denise Phé-Funchal nasce a Città del Guatemala nel 1977. Oltre ad essere scrittrice, è sociologa e docente presso la Universidad del Valle de Guatemala. Si avvicina al mondo della scrittura sin da giovane e, nel 2007, pubblica il suo primo libro, Las flores. Non scrive solo romanzi, ma anche poesie, infatti, nel 2010 pubblica la raccolta Manual del Mundo Paraíso. Il seguente racconto, Buenas costumbres, appartiene alla raccolta omonima del 2011, in cui si fondono elementi di realtà e finzione, caratteristica che accomuna la maggior parte dei suoi lavori. I suoi testi si ispirano a esperienze reali, a volte drammatiche, raccontate attraverso un linguaggio e uno stile chiaro ed elegante. Parte della sua opera è stata inclusa in alcune antologie, sia poetiche sia di racconti, come Ni hermosa ni maldita (2012), e il suo ultimo libro, Ana sonríe, è stato pubblicato nel 2014.

 

 

BUONE ABITUDINI

di Denise Phé-Funchal

traduzione di Valeria Cunto

 

Mamma parlava del mio uomo ideale, di come avrebbe dovuto prendersi cura di me, delle cose dolci che mi avrebbe detto all’orecchio, delle notti di luna mano nella mano, dei regali, della matematica dei gelati.

Mamma mi diceva che avrei potuto incontrarlo al supermercato, al cinema, in banca, per strada, in una Rolls Royce, che sarebbe stato un uomo alto, bello, con gli occhi chiari, i denti bianchi, il petto largo, le mani lunghe, i piedi sottili, sensibile, romantico, in carriera, magari ingegnere, medico o pastore.

Mamma mi diceva che a venticinque anni avrei dovuto essere sposata già da due anni, avere una domestica, almeno un figlio, un cane, un servizio da tavola e non avrei dovuto pagare l’affitto.

Mamma diceva che lo studio non mi sarebbe servito a nulla, di lasciare medicina, che sei anni di studio, la specializzazione e il lavoro non sarebbero stati utili ma di non lasciare l’università, perché era sicura che lì avrei incontrato l’uomo ideale.

Ho conosciuto Manuel che mi teneva per mano, Andrés in banca, Marino al cinema, Antonio al supermercato, Miguel in una Rolls Royce; Augusto che era un ingegnere, Nicolás che mi ha comprato un gelato, Daniel che era un avvocato e Alberto che era un pastore.

Mamma diceva che Manuel non si prendeva cura di me, che quella di Andrés non era una professione, che Marino era ebreo, che Antonio era povero, che Miguel era un autista, che Augusto era molto brutto, che Nicolás era un artista, che Daniel era un avvocato e che Alberto aveva l’aria di essere frocio.

A venticinque anni lavoravo in ospedale, non avevo trovato l’uomo ideale e vivevo con mamma.

A ventisei anni non avevo una domestica e vivevo con mamma.

A ventisette anni non avevo un figlio, vivevo con mamma.

A ventotto anni stavo finendo traumatologia, non avevo un cane e vivevo con mamma.

A ventinove anni lavoravo al pronto soccorso, non avevo un servizio da tavola, vivevo con mamma.

Il giorno in cui ho compiuto trent’anni ho cercato Manuel che era un medico, due mesi dopo Andrés che gestiva un supermercato, una settimana dopo Marino che aveva una Rolls Royce, dieci giorni dopo ho invitato Antonio per un gelato, a dicembre ho preso per mano Miguel, a gennaio ho incontrato Augusto che lavorava in banca, una settimana dopo mi sono vista con Nicolás al cinema, a maggio ho rintracciato Daniel che era un avvocato e ieri Alberto che predicava dal suo pulpito.

Oggi ho trentuno anni e finalmente ho l’uomo ideale. Gli avanza qualche pezzo che poi dovrò buttare. Ora è nella vasca da bagno circondato dal freddo e dal silenzio, il mio uomo ideale. Fianchi e gambe di Manuel, testa di Andrés, un occhio azzurro di Marino e l’altro verde di Antonio, i denti di Miguel, il petto di Augusto, le mani lunghe di Nicolás, di Daniel nulla perché è avvocato, i piedi sottili di Alberto, la pelle violacea, quasi verde, e infine, il cervello di mamma che sa come deve comportarsi il mio uomo ideale.

Adesso devo pensare al cane, alla domestica, a comprare un buon servizio da tavola, alla suocera ideale. Devo pensare agli invitati, al giudice che benedirà la nostra unione.

Mi restano nove mesi, forse poco più, per evitare le malelingue, per pensare al bambino, frutto della nostra unione. Manuel, Andrés, Marino e Antonio erano genitori. Devo controllare se i pezzi del nostro bambino hanno tutti la stessa età.

 

 

© Denise Phé-Funchal, 2011. Tutti i diritti riservati.

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