di Elisa Cilia

 

“Te vas Alfonsina con tu soledad
¿qué poemas nuevos fuiste a buscar?
Y una voz antigua de viento y de mar
te requiebra el alma
y la está llevando
y te vas, hacia allá como en sueños,
dormida Alfonsina, vestida de mar.”

 

Erano gli anni dell’adolescenza, della musica intima che si ascoltava per spiegare i tumulti inspiegabili dell’io. O almeno ci si provava.

Nel 2004 la canzone Alfonsina y el mar nella versione di Mercedes Sosa catturò la mia attenzione per quel vestida de mar. E la chitarra, dolcezza e nostalgia di quei versi di donna, mi restituiva allo stesso tempo un sentimento di rassegnazione e rivoluzione, domande e risposte semplici ma intricate.

La curiosità mi fece arrivare a una donna, Alfonsina Storni, che scriveva poesie e che andava oltre l’ordinario, come fanno i sogni. Una donna che un giorno decise di addormentarsi con il suo vestito di mare. Immagini nei versi di una canzone che, scoprì poco dopo, univano storie personali di donne con la letteratura.

La musica mi regalava una letteratura allora sconosciuta.

Alfonsina Storni, scrittrice e intellettuale italo-argentina del primo Novecento (erano gli anni del Modernismo sudamericano), era nata nel Canton Ticino e aveva imparato l’italiano prima di trasferirsi in Argentina con la sua famiglia.

Un’infanzia di povertà e lavoro, fino al ‘salto’ verso il mondo del teatro. Questo scriveva Alfonsina in una lettera al suo amico filologo Julio Cejador: “ A tredici anni lavoravo a teatro. Questo salto brusco, figlio di una serie di casualità, ebbe una grande influenza sulla mia sensibilità, mi permise anche di stare a contatto con le migliori opere teatrali classiche e contemporanee […] Però essendo una bambina che sembrava già una donna, la vita mi diventò insopportabile. Quell’ambiente mi soffocava.”

Nel 1911, dopo essersi trasferita a Buenos Aires con “[…] pochi vestiti di scarsa qualità, alcuni libri di Darío e i suoi versi”, le poesie di Alfonsina Storni cominciarono a essere pubblicate in alcune riviste moderniste dell’epoca. A partire da quel momento la vita letteraria e culturale di Alfonsina Storni fu un crescendo di riconoscimenti, pubblicazioni e incontri con i letterati più influenti del momento.

Nonostante tutto, la malattia e la paura le impedivano di vivere tranquillamente la sua vita. All’inizio del 1938, infatti, le diagnosticarono un cancro al seno. Il punto d’arrivo.

Il 25 ottobre del 1938, Alfonsina aveva organizzato ogni cosa. Scrisse un paio di lettere e una poesia, chiusa nella stanza di un hotel di Mar del Plata. Inviò la poesia alla redazione del giornale La Nación e una lettera a suo figlio Alejandro. Uscì dalla sua stanza intorno all’una di notte e si incamminò verso la spiaggia.

La mattina dopo due operai trovarono il corpo senza vita di Alfonsina Storni, nella spiaggia di La Perla. Aveva deciso di “andare a dormire”, non stava bene, quel tumore al seno le aveva impedito persino di scrivere e non sopportava che suo figlio si disinfettasse ad ogni bacio che le dava.

Il pensiero della morte era diventato una costante nella vita di Alfonsina Storni, soprattutto dopo il suicidio dell’amico Horacio Quiroga, nel 1936. Nella poesia che la Storni dedicò a Quiroga quel tormento si svela completamente:

Morire come te, Horacio, in piena facoltà.
Cosí come nei tuoi racconti, non è male.
Un fulmine a tempo e tutto finisce.
Possono dire quello che vogliono.
Fa più male la paura che la morte, Horacio…
hai bevuto così bene che poi avevi anche sorriso…
Possono dire quello che vogliono.

Nei suoi componimenti straripa quella sofferenza dovuta alla malattia, un malessere che sfocia poi nell’attesa del momento finale della sua vita.

Voy a dormir, il suo testamento letterario, è l’ultima opera di Alfonsina Storni, un capolavoro di disperazione sincera. Specchio di un momento di vita al limite, di una vita sofferta, nel quale è come se si tracciasse la sagoma di un’abitudine quotidiana e semplice, che rivela al tempo stesso la tragedia e la conquista della liberta. Leggerla è come leggere uno di quei bigliettini che mamma  lasciava sul tavolo prima di uscire di casa, di quelli in cui ci scriveva cosa fare, ci ricordava di non aprire a nessuno, che meglio dire sempre che lei non c’era a quel signore che chiamava per conto della compagnia telefonica.

“Ah, una cortesia: se lui richiama, digli di non insistere, digli che sono uscita”. È questo uno dei punti di contatto tra l’ultima opera della Storni e il brano scritto da Félix Luna: è un verso che ritorna anche nel testo della canzone sotto forma di parafrasi letteraria, di connessione tra poesia e musica.

Alfonsina y el mar è una ninna nanna di lacrime. La chitarra parla quando il testo non dice nulla. E si sente il mare da quella chitarra. Sirene, coralli, cavallucci marini.

Quando la musica diventa letteratura e la letteratura, già musica, si mostra con il suo vestito migliore.

“Bájame la lámpara un poco más
déjame que duerma, nodriza en paz
y si llama él no le digas que estoy,
dile que Alfonsina no vuelve.
Y si llama él no le digas nunca que estoy,
di que me he ido.”

N.d.R: La versione di Mercedes Sosa è la più conosciuta ma ne esistono molte altre, tra queste il bellissimo arrangiamento di Gabriella Grasso, cantautrice catanese, che nel 2010 ha inserito un rifacimento del brano “Alfonsina y el mar” nel suo disco Cado’.

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