Vi presentiamo il sesto racconto del progetto Cuentos guatemaltecos, in collaborazione con il Professor Stefano Tedeschi e il Dipartimento di Studi Europei Americani e Interculturali dell'Università La Sapienza, per cui pubblicheremo nove racconti di autori guatemaltechi contemporanei, in versione spagnola e italiana, tradotti dagli studenti del corso di laurea magistrale in Scienze linguistiche, letterarie e della traduzione. È un’occasione per conoscere una narrativa viva e ricca che si manifesta nelle forme più varie del racconto.

Francisco Alejandro Méndez nasce a Città del Guatemala nel 1964. Oltre ad essere uno degli scrittori guatemaltechi più rinomati, è anche critico letterario e giornalista. Si è laureato in giornalismo all'Università San Carlos del Guatemala e ha conseguito un dottorato in letteratura all'Università Nazionale di Costa Rica. Si avvicina alla scrittura da giovane, a 17 anni, grazie a suo nonno, il famoso scrittore Francisco Méndez Escobar, e a suo zio, anche lui scrittore. La sua produzione letteraria è composta da romanzi, racconti e saggi di critica letteraria, tra cui: Graga y otros cuentos (1991), il suo primo libro, Manual para desaparecer (1997), Crónicas suburbanas (2001), Ruleta Rusa (2001), Completamente Inmaculada (2002), Chanán (2015), da cui è tratto questo racconto, e altri. È il creatore della saga del commissario Wenceslao Pérez Chanán, un personaggio accattivante e ricorrente nei suoi romanzi gialli, presente anche nel racconto seguente, narrato con uno stile semplice e chiaro. Nel 2017 vince il Premio Nazionale di Letteratura Miguel Ángel Asturias. Alcune delle sue opere sono state tradotte in molte lingue, tra cui il kakchiquel, e sono state pubblicate in diverse antologie. Attualmente è docente in varie università del Guatemala e continua a dedicarsi alla scrittura.

 

 

Francisco Alejandro Méndez

Il commissario va all’università

Traduzione di Claudia Valentini

 

Il corpo del ragazzo rimaneva fermo sopra il sedile dell’auto. La testa era esplosa contro il volante. Gli airbag non avevano funzionato. Il commissario Wenceslao Pérez Chanán pensò che forse non ci fossero. A quanto pare si trattava di una macchina usata che era stata comprata negli Stati Uniti.

Gli agenti del Pubblico Ministero avevano sigillato l’area. La Chevrolet Neon e il palo spaccato coprivano circa trenta metri quadrati. Pattuglie di polizia, ambulanze dei vigili del fuoco, pickup della PM e altri veicoli della stampa occupavano quasi cinquanta metri della zona conosciuta come il Columpio de Vista Hermosa, una strada apprezzata dai guidatori per provare la potenza dei loro motori. Le file di auto, guidate da automobilisti curiosi, raggiungevano più di due chilometri. Era mezzogiorno dell’ultimo lunedì di marzo. Wenceslao spiegò a suoi due migliori detective, Enio e Fabio, che la loro presenza lì era semplicemente di routine, dato che si era trattato di un incidente e non di un crimine. Il fatto che i tre fossero presenti era dovuto in realtà a un presentimento che aveva avuto il commissario Pérez, ma che non aveva riferito ai detective.

Due ore prima, mentre scriveva con difficoltà un’e-mail a un suo amico scrittore, detenuto in un carcere del Costa Rica, Wenceslao aveva sentito la notizia trasmessa dalla radio. Il conduttore aveva detto che si trattava di un giovane universitario che guidava a eccessiva velocità, aveva perso il controllo dell’auto, invaso il senso contrario di marcia e sbattuto contro il palo di un lampione. Poi, aveva aggiunto come commento personale, che era il terzo studente dell’università gesuita a morire in un incidente, dato che due settimane prima ne erano morti altri due in circostanze simili. Quest’ultima parte aveva fatto smettere Wenceslao di scrivere. Controllò gli archivi degli incidenti e si accertò di quello che il conduttore radiofonico aveva detto. Qualcosa gli puzzava. Per questo motivo chiamò Enio e Fabio e diede loro appuntamento sulla scena dell’incidente.

Ognuno di loro indagò su ciò che il commissario gli aveva assegnato. Enio si occupò di tutto quello che si riferiva all’incidente: auto, risultati della perizia e considerazioni del PM. Fabio, dal canto suo, di tutto quello che riguardava il corpo e la sua identità; più avanti, quando fu necessario, anche l’autopsia, controlli incrociati, effetti personali, cellulare, computer, praticamente di tutto.

Entrambi i detective sembravano scettici, ma sapevano che quando il commissario Wenceslao Pérez Chanán si fissava con qualcosa, era perché valeva la pena indagare. Il commissario parlò con i vigili del fuoco, specialmente con Darwin Baudilio, il quale gli aveva riferito che l’eccessiva velocità sembrava essere la causa del drammatico incidente. Il commissario gli chiese se avesse seguito anche gli altri due incidenti degli studenti. Il vigile del fuoco gli rispose di no, ma gli diede il nome di chi era presente le volte precedenti.

Wenceslao stava gocciolando di sudore. Come altre volte, si era portato il fazzoletto alla nuca, ma all’istante era diventato come un panno appena uscito dalla lavatrice, solamente piuttosto sporco.

I piedi del commissario risentivano del sovrappeso. Su un terreno come quello su cui stava camminando, le articolazioni lo punivano, come se si trattasse di una vendetta per l’alto livello di acido urico che accumulava, in parte per la dieta disordinata, per i continui bicchieri di Predilecto e le centinaia di arachidi caramellate che ingurgitava religiosamente.

Quando i suoi detective lo avvisarono con un cenno perché avevano informazioni sufficienti per andarsene, il commissario frugò nella tasca dei pantaloni. Tirò fuori una bustina con delle arachidi caramellate. Erano poche. Aprì la confezione e le fece scivolare velocemente in bocca. Fece l’occhiolino ai suoi uomini e furtivamente si dileguarono tra la folla.

 

Due giorni dopo, bar El Pulpo Zurdo

–Come dice lo squartatore: procediamo per parti. Che avete di buono tra i vostri appunti, testoni?

Avevano servito loro mezza bottiglia di Predilecto, accompagnata da cubetti di ghiaccio, sale, limone tagliato in due, coca cola, acqua minerale, piatti con arachidi e patatine. Wenceslao versò tre bicchieri uguali. Li distribuì. Si strofinò la schiena sulla sedia e si avvicinò per ascoltare i rapporti.

–Commissario, salute prima di tutto. Non c’è dubbio che lei abbia un fiuto, con tutto il rispetto, di un segugio – disse Fabio, mentre si riempiva il bicchiere, faceva una smorfia e lo riponeva vuoto sul tavolo. –È il terzo ragazzo, studente della stessa università e dello stesso corso, che muore nelle ultime due settimane. O gli studenti di giornalismo sono degli sbandati o devono aver fatto qualche stupida scommessa visto che tutte le vittime stavano per laurearsi. Terribile per i loro genitori, no? Si chiamava Luis Higueros de la Roca, 25 anni. Coincide con l’età delle altre vittime. Forse perché appartengono alla stessa classe. Nel pomeriggio faccio un salto alla camera mortuaria. Probabilmente la famiglia non vorrà l’autopsia, ma questo lo risolviamo con il dottor Sierra.

–Per quanto ne so: l’auto era intestata al padre del defunto. Secondo le mie ricerche, è stata comprata a un’asta a Miami. L’hanno portata qui con la nave, hanno pagato le tasse e ha cominciato a circolare. È una macchina poco comune. Quasi non ci sono pezzi di ricambio. In laboratorio effettueranno gli esami tecnici, ma all’interno sembrava tenuta bene. Questa cosa degli airbag sì che è molto strana. Forse non gli avrebbero comunque salvato la vita, visto che andava a circa 220 km/h, ma i dettagli li avremo più avanti.

Wenceslao servì un altro giro. Guardò verso il soffitto coperto di fuliggine e ripeté che qualcosa gli puzzava in queste tre morti. Mentre stavano mangiando una zuppa di gallina e bevevano un altro bicchiere di Predilecto, riesaminarono i tre casi. Enio e Fabio passarono alla birra, perché non riuscivano a stare al ritmo del loro superiore.

–Il secondo è morto esattamente una settimana fa: si tratta di Hugo Roberto Colindres Peñalba. Uguale: 25 anni, studente di comunicazione. È morto mentre guidava nel Bulevar Los Próceres. Sembra che un motociclista gli si fosse avvicinato con l’intenzione di rubargli il cellulare, e lui si è opposto. Gli hanno sparato. Un dato curioso è che non gli hanno rubato il telefono. Assolutamente nulla. Il primo caso, successo quindici giorni fa, è avvenuto all’uscita dell’università. La vittima, Francisco Oliveros Trinidad, viaggiava come passeggero nella macchina della fidanzata. Erano stati bloccati da due auto. Prima hanno malmenato entrambi. Non hanno sequestrato né la fidanzata né la macchina. Lo hanno ucciso e sono spariti. Ciascun caso potrebbe avere una spiegazione propria. La cosa curiosa però, cari miei, è ciò che hanno in comune. È questo che richiama molto la mia attenzione. Proseguiamo con il caso dei narcotrafficanti a Zacapa, ma non smettiamo di cercare informazioni. Ho un presentimento a riguardo. L’ultimo giro e ce ne andiamo.

Qualcuno aveva appena messo una monetina nel juke box. Erano cominciate le note de El cantante di Lavoe. Wenceslao respirò profondamente. Chiamò Lidia e pagò il conto.

 

Colonia El Mezquital, una settimana dopo

Wendy benedisse il commissario. Gli consegnò il portapranzo e uscì a salutarlo alla porta. Fuori, un’autopattuglia guidata da Enio e copilotata da Fabio lo aspettava con il motore acceso che sputava fumo bianco dal tubo di scappamento rotto. Wenceslao camminò verso di loro. Fabio gli aprì lo sportello posteriore, Enio fece manovra, passò sui dissuasori di velocità e suonò il clacson per farsi aprire le sbarre messe a protezione della zona.

–Quest’altro “incidente” è accaduto nella strada della scuola austriaca. Sembra che la ragazza sia svenuta. L’auto è andata distrutta. Lei è morta sul colpo. Questo conferma il suo fiuto, commissario. Si tratta di un’altra studentessa di questa università, quasi laureata in comunicazione. È la prima donna vittima di questa classe. Sinceramente non credo sia una casualità. C’è qualcosa di molto strano. I miei sospetti sono crollati perché i nomi dei primi tre assomigliavano a quelli dei nipoti di Paperino, Qui, Quo, Qua, cioè Hugo, Paco e Luis, ma quella di adesso rovina tutto. Il suo nome era Juana D. Echeverría Berganza.

–Un momento, Fabio. Qual è il secondo nome della ragazza?

–Lo controllo subito. Aspetti un attimo.

 

Più tardi…

Arrivarono in questura, salirono i tre piani di scale, salutarono Julia, la segretaria del commissario, e si chiusero nella sala delle riunioni. Ammazzavano semplicemente il tempo, perché la modesta ma efficiente segretaria stava facendo una chiamata alla tavola calda all’altro lato dell’isolato per ordinare tre colazioni con doppia porzione di tutto. Dieci minuti dopo si trovavano già a La Dolorosa. Mangiarono fagioli, uova, avena, banana fritta e bevvero molto caffè.

–Enio. Controlliamo un’altra volta la lista della fatidica classe. Di questo passo, nessuno arriverà al diploma. Abbiamo capito che ci sono molte coincidenze con Paperino, Donald Duck. Quella del secondo nome della ragazza, Daisy, è più che evidente. Dobbiamo familiarizzare con i cartoni animati. Spero di no, ma davanti a noi potrebbe esserci la prossima vittima.

–Fabio. Hanno qualcosa in comune le autopsie effettuate sui tre?

–No commissario. Nella maniera più assoluta. C’era qualcosa di strano nel sangue di Luis. Si tratta di residui di stricnina. È un veleno che si usa per combattere l’infestazione di animali, come i ratti. Sierra mi ha detto che potrebbe essere stato inalato o assunto consapevolmente, ingerito accidentalmente o somministrato. So già a cosa sta pensando, commissario. Pensa all’ultima ipotesi, vero?

Per alcuni minuti ricontrollarono la lista degli studenti, i risultati delle autopsie, riesaminarono i rapporti di Enio sulle conversazioni con i laureandi. C’era un chiaro ed evidente malessere tra gli studenti.

Wenceslao non ce la fece più. Chiese loro di indire con urgenza una riunione con tutti i “sopravvissuti” della classe. La cosa migliore era riunirli in un’aula dell’università. Enio sottolineò che entro breve ci sarebbe stata la cerimonia di laurea, che sarebbe stata dedicata ai quattro colleghi deceduti. Nel pomeriggio avrebbero provato la cerimonia.

 

Il commissario va all’università

Gli studenti erano seduti come se stessero aspettando la lezione. Wenceslao sembrava il professore; Enio e Fabio, i suoi assistenti. Spiegò ai potenziali laureati i suoi sospetti e la probabilità che qualcun altro sarebbe potuto morire in circostanze “strane”. Chiese loro, come se fosse un esame, di scrivere di situazioni insolite; di qualsiasi situazione fuori dal comune, con i presenti e i deceduti.

Dopo 25 minuti, raccolsero gli scritti. Uscirono quasi tutti. Rimase uno studente. Wenceslao chiese a Enio e Fabio di lasciarlo solo. Parlarono per quindici minuti. Alla fine, lo studente che si chiamava Donaldo Archila se ne andò, ma solo dopo aver chiesto protezione.

I tre poliziotti lessero gli scritti degli studenti. Una raccontò che Luis, il giorno in cui morì, aveva trascorso con lei i suoi ultimi momenti di vita. Si era bevuto un tè al limone, se n'era andato con un bacio; poco dopo venne a sapere della sua morte. Misero insieme diversi fogli dove si diceva che erano state ricevute delle chiamate, in cui erano stati avvisati di aver vinto una lotteria. Wenceslao incrociò lo sguardo dei suoi migliori detective mentre concludeva che probabilmente si trattava di una truffa organizzata da una banda o dalle carceri, per ricattare chi avesse risposto.

–Abbiamo ancora l’informatore nel carcere?

Enio si impegnò a rintracciare le chiamate ricevute dai cellulari di tutta la classe, ma dando più importanza ai cellulari delle vittime. Convocò una squadra per le intercettazioni telefoniche, dopo aver sedotto una giudice che diede l’autorizzazione per usare delle cimici con i “sopravvissuti”.

Trovarono un numero che era presente in quasi tutti i telefoni. Si trattava di una SIM usa e getta con GPS, che emetteva segnale dal carcere di Pavón. Enio si diresse verso quel luogo per identificarlo. Lo localizzò in un’ora, insieme a un gruppo di cui faceva parte anche un hacker freelance.

Wenceslao aveva parlato per ore con suo figlio di dieci anni per carpire informazioni sui programmi della Disney. Selezionò quattro studenti della lista e li convocò con urgenza. Aveva chiesto alla rettrice dell’università di rimandare la proclamazione in modo da impedire un’altra morte. Gli studenti con i nomi di Miguel, Plutón, Miriam e Clarabella, confessarono di essere stati chiamati e informati dei premi. Venne chiesto loro di comprare diverse SIM card e di ricaricarle al numero indicato. Una voce imponente disse a Miguel: “tu continui, caro Mickey”.

Wenceslao non aveva mai visto i cartoni animati, ma era chiaro che la tribù di Mickey Mouse sarebbe stata attaccata. Tutti avevano bisogno di protezione immediata. Chiamò Fabio, che stava terminando l’indagine sui profili dei reclusi del Pavón. Dopo averli selezionati istintivamente, gli rimasero pedofili, pervertiti e criminali. Tutti si trovavano nel settore dieci. Uno di loro, inoltre, era accusato di sequestro, stupro e omicidio di una giovane a ovest del paese. Scommise su quest’ultimo e, dopo aver parlato con Wenceslao, rimasero che si sarebbero trovati nel carcere con i rinforzi.

*

Fu un’operazione lampo. Julia coordinò tutti i permessi legali, avvisò un comandante dell’esercito affinché collocasse dei mezzi blindati all’esterno e allertò il Pubblico Ministero. Enio andò avanti con la sua squadra. Dopo aver trovato resistenza da parte dei detenuti lanciarono bombe lacrimogene, ruppero catenacci e si diressero verso il settore menzionato. Wenceslao arrivò qualche minuto dopo. Trovò Enio accovacciato che con il megafono intimava ai detenuti di porre fine alle ostilità. Si sentirono degli scoppi. Poi cominciò l’azione. Gli agenti in prima linea, protetti da scudi, cominciarono a fermare i detenuti del settore. La resistenza durò circa mezz’ora. Alla fine, tutti furono riportati all’ordine.

Quattro detenuti del settore dieci vennero ammanettati e separati dagli altri. Il commissario dispose che solamente lui, Enio e Fabio potevano entrare nel settore. Ognuno si impegnò a cercare delle prove. Wenceslao trovò svariati zaini che all’interno contenevano decine di cellulari. Da uno spuntò una lista di nomi e telefoni, calcoli matematici di denaro proveniente da estorsioni, e nomi di sicari, con i rispettivi conti bancari. Per Wenceslao fu molto strano che i cellulari e la cartella con le informazioni stessero così a portata di mano. Poteva darsi che i detenuti fossero venuti a sapere dell’ispezione e si erano preparati a disfarsi di tutto. Continuò la ricerca. Fabio lo interruppe per mostrargli un computer portatile, il quale era stato chiaramente colpito o lanciato a terra per essere distrutto. Fabio tirò fuori dalla tasca dei pantaloni diverse chiavi USB che aveva trovato tra i divani e la televisione. L’ultimo ad arrivare fu Fabio che si avvicinò con un sorriso tipico dei bambini che, dopo aver colpito la pignatta, tornano con una busta piena di dolci. Il commissario Pérez Chanán chiese cosa avesse trovato, intuendo la preziosa scoperta del suo detective.

–Sono giochi da tavolo, commissario. Non ha idea di come questi cartoni ci portino alle risposte che già cominciavamo a immaginare. Questi polli sembrano fuori di testa, perché credo che abbiano studiato molto per scegliere le loro vittime, pianificare delle morti così sofisticate. Chissà fin dove sarebbero arrivati.

–Commissario, immagino che tanto lei, quanto anche Enio, abbiate trovato armi da taglio, cocaina, marijuana e perfino dell’alcol in questa topaia.

–Sì, Fabio, ma tutto questo non lo toccate. Lasciamogli qualcosa a quelli del Pubblico Ministero. Rintracciate l’hacker e portatemelo per le palle al laboratorio. Ci ritroviamo tra due ore. Bel lavoro, ragazzi!

Il commissario e i suoi due detective si mescolarono tra gli altri poliziotti, soldati e membri dell’esercito. Enio si diresse dal capo della polizia, il quale impaziente gridava che il ministro lo avrebbe revocato per colpa di Wenceslao. Dopo avergli spiegato per filo e per segno quello che avevano scoperto, l’ufficiale assunse il comando di tutta l’operazione e chiese che i quattro detenuti del settore dieci fossero isolati in celle separate. Affermò che erano indagati per omicidi che avevano progettato dalla prigione.

 

Questura, cinque giorni dopo

Il rapporto redatto dal commissario Wenceslao Pérez Chanán fu schiacciante. Non lasciava alcun dubbio sull’implicazione della banda degli Extra, composta da quattro detenuti, considerati di alta pericolosità, i quali avevano ricattato un'intera classe di studenti di scienze della comunicazione che stavano per laurearsi. Il lavoro dell’hacker consistette nell’accedere ai computer, che erano stati bloccati con anti-malware per non essere decifrati. Entrò nei sistemi operativi e scoprì la banca dati degli studenti, il registro degli appunti e dei pagamenti. Due anni prima, uno degli informatori, di nazionalità salvadoregna, si era iscritto al corso di comunicazione. Diventò addirittura il fidanzato di una delle studentesse, da cui ottenne preziose informazioni e grazie alla quale vide anche le case della maggior parte delle vittime. Il delinquente scappò a El Salvador, ma Wenceslao si era messo in contatto con Pepe Pindonga, collega dello stesso Paese, per trovarne le tracce, catturarlo e rispedirlo in Guatemala senza tante formalità. Il commissario sottolineò il gioco della morte che la banda aveva utilizzato per scegliere ciascuna delle vittime. Effettivamente, dopo diversi giorni di feste con droga e alcol nel penitenziario, uno dei ceffi si mise a studiare Disney Channel e dopo aver passato un giorno intero a guardare programmi per bambini, decise che le prime vittime dovessero avere i nomi di quei protagonisti. La pianificazione degli “incidenti” avvenne con l’aiuto del salvadoregno, il quale risponde al nome di Melecio Valeriano Verganza, si fa chiamare El Chele Vara e firma i suoi ordini come Mevaleverga. Quest’ultimo era direttamente implicato negli omicidi: aveva colpito con arma da fuoco il primo, rubato una moto per attentare contro la vita del secondo, introdotto stricnina in un tè freddo, distrutto gli airbag e drogato la ragazza mettendo dell’etere nel suo termos affinché si schiantasse.

Il capo della Polizia presentò i risultati alla stampa. Probabilmente si era guadagnato un’agognata promozione. Il commissario Pérez, Enio e Fabio evitarono la stampa, uscirono da una porta di emergenza e si ritrovarono al Pulpo Zurdo due ore dopo. Bevvero Predilecto e Wenceslao ascoltò Lavoe diverse volte. Mangiarono molti stuzzichini, pagarono e se ne andarono. Un’ora più tardi, dopo aver attraversato la città, entrambi i detective lasciarono il commissario a casa sua. Prima di entrare, Wenceslao li ringraziò.

Mentre entrava, sentì Enio domandargli:

–Come si è sentito a dare lezioni all’università, commissario? L’aspetto da professore già ce l’ha.

 

 

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