a cura di Tinta Hispana

traduzione di Nicole Marsili

 

Marta Sanz (Madrid, 1967) è una scrittrice spagnola. Ha esordito nel 1995 con il romanzo El frío; in seguito ha sperimentato diversi generi letterari e con il romanzo Showbiz ha ottenuto nel 2015 il Premio Herralde. Attualmente collabora inoltre con El País e altre testate giornalistiche. Questa intervista è stata rilasciata in esclusiva per Tinta Hispana.

All’inizio della tua carriera eri un’insegnante di spagnolo come lingua straniera. Un lavoro che, secondo me, implica un amore viscerale per la lingua, oltre a una grande capacità di saperlo trasmettere ai tuoi allievi. Un amore che è evidente nel tuo stile letterario e, in particolare, nell’accuratezza con cui lavori il vocabolario. Cosa pensi al riguardo?
Mi sembra che siate molto generosi con me. Nei lavori che ho svolto nel corso della mia vita c’è stata un’esigenza economica che non si può ignorare, ma è pur vero che ho sempre cercato di tirare l’acqua al mio mulino, partecipando a progetti che, in qualche modo, rispondessero ai miei interessi e alle mie competenze: la didattica della lingua, la scrittura letteraria, le rubriche giornalistiche, la critica… Ritengo che siano modi differenti di approcciare il poliedro della lingua e della cultura, che si alimentano a vicenda e che, insieme, mi hanno formata come donna che si dedica al mestiere di scrivere. Solo il margine di ricezione indicherà se merito o no il titolo di scrittrice.

Sia l’insegnante di lingua sia lo scrittore lavorano con la lingua in maniera “artigianale”, per così dire, e condividono in fondo un obiettivo comune: divulgare il linguaggio. Entrambi, infatti, compongono, scompongono e ricompongono la lingua, combinando elementi lessicali, periodi e registri diversi. Come sei passata da essere insegnante a essere scrittrice?
Beh, credo che nell’insegnamento si compia una riflessione sulla lingua dal punto di vista della sua didattizzazione, mentre in letteratura hanno un peso maggiore le incertezze, la possibilità di aprire una breccia tra i pregiudizi di chi legge, e la parte dell’invenzione letteraria che consiste nell’organizzare le parole in modi sorprendenti, a volte anomali.

Questi elementi servono affinché voi che siete dall’altro lato della pagina volgiate lo sguardo alla realtà, andando oltre la gabbia del linguaggio. Sono forme diverse di approcciare il processo della comunicazione linguistica, anche se in entrambi i casi la lingua diventa soggetto e oggetto del processo: funge da mediatrice ed è fine a sé stessa. In entrambi c’è anche una componente affettiva e creativa molto importante. Quando insegnavo spagnolo come lingua straniera, utilizzavo spesso strategie di creatività letteraria per sviluppare la competenza lessico-grammaticale, culturale e pragmatica dei miei studenti: il binomio fantastico, il correlativo oggettivo, le animalizzazioni… Ci siamo divertiti molto.

Diresti che esiste una continuità pedagogica nella tua scrittura? Credi sia una forzatura affermare che, tra le altre cose, la letteratura sia didattica romanzata della lingua?
Se io, adesso, alle porte degli anni venti del XXI secolo, affermassi di essere una scrittrice pedagogica, verrei espulsa istantaneamente dal tempio sacrosanto della letteratura. La letteratura dovrebbe aver perso quella dimensione didattica, e tutto ciò che ha a che fare con il didattismo classico o diciottesco oggi è demonizzato. Tuttavia, ho il sospetto che alcune forme di ambiguità, relativismo e indefinitezza, che invece sono tollerate dai modi canonici della letteratura, proiettino visioni ideologiche occulte che, in fondo, sono istruttive come le favole di Esopo. Forse è per questo che mi attrae quest’idea che la letteratura possa diventare “didattica romanzata della lingua”.
Mi piace quest’idea, devo rifletterci.

Romanzo, saggio, poesia, giornalismo, spero di non tralasciare nulla. Nel corso della tua carriera hai sperimentato vari generi letterari. C’è stata qualche correlazione tra questi generi e i momenti della tua vita?
Probabilmente sì… Credo che nel corso della mia vita ci sia stata una ricerca delle migliori parole che esprimessero diversi stati d’animo e di pensiero: dolore, indignazione, contraddizioni, soddisfazione, paura, speranza… E in questa ricerca di parole – per cui ho capito che lo stile
letterario è praticamente quanto si dice tramite esso e che la forma è solo ideologica – ho sperimentato diversi generi, tra cui le frammentazioni di questi e le ibridazioni, per controbattere ai canoni e ai rapporti di potere decisi da un sistema che non apprezzo a pieno. Ho scritto romanzi dove la voce era la cosa più importante, tralasciando la trama, e questa decisione dovrebbe suscitare domande nei lettori; ho scritto polizieschi in cui ho inserito il diario di malattia di una donna in menopausa, e questa interruzione degli elementi seduttori della storia dovrebbe suscitare domande sul fatto che leggere possa significare voler essere sedotto o sedotta, o se leggere è altro; ho scritto anche testi inclassificabili nei quali la dispersione dei materiali – foto, poesie, passaggi grotteschi e comici, scene “costumbriste”, riflessioni metaletterarie… – e la loro frammentazione erano la metafora dell’esperienza del dolore in un corpo distrutto… In sintesi, come scrive il mio amico, lo scrittore Javier Maqua, dei generi mi interessano le loro frammentazioni e la loro fusione, come le onde del mare, che si infrangono, si fondono con la sabbia, – e in cui nascono più forme di vita. Mi piace molto anche lavorare con modalità considerate obsolete – l’onniscienza editoriale, ad esempio – e che acquisiscono un carattere innovativo significativo quando vengono rimosse dal loro contesto originale.

Da un punto di vista letterario, qual è stata la tua sfida più grande?
Non riesco a ricordare un solo titolo che per me non abbia rappresentato una sfida. Intellettuale e sentimentale. Direi che mi avvicino sempre alla letteratura con curiosità e audacia, cercando di sperimentare nuovi stili; quest’approccio è incompatibile con la routine o con la comodità.
Hammett disse che lo scrittore che pensa di aver trovato un proprio stile, può considerarsi uno scrittore morto: condivido questa idea e chiedo ai miei lettori di avere lo stesso atteggiamento irrequieto e ribelle.

Per quanto riguarda il processo di creazione letteraria, da dove inizi di solito a tessere la trama del romanzo? Dal finale, da un fattore o un evento scatenante, dalla caratterizzazione di un personaggio? Come affronti la mancanza di ispirazione? Raccontaci.
Dipende dal libro. Quando scrivevo i miei falsi romanzi polizieschi, l’elemento strutturale, l’articolazione della trama e la scomposizione della trama stessa, che caratterizzano il genere nero- criminale e lo rendono altamente codificato, erano fondamentali, per cui ho fatto dei piani che poi, scrivendo, ho infranto o modificato. I piani sono fatti per essere cambiati, però io ne avevo comunque bisogno. Tuttavia, non pianifico a priori la scrittura di testi puramente autobiografici, in genere, la memoria è un muscolo che si ipertrofizza man mano che lo utilizzi, ti porta da un luogo a un altro, associa, amplia… Poi, in fase di revisione, non posso far altro che selezionare, tagliare, inserire o ordinare. Questi esempi sono estremi, ma ritengo che esprimano bene l’idea che il nostro lavoro non è mai uguale a sé stesso: a volte devi pensare molto prima di scrivere, altre mentre scrivi, altre dopo aver scritto. Ciò nonostante, credo che la cosa più importante per me, sia per i libri che leggo sia per quelli che scrivo, sia la voce, trovare la voce attraverso cui proiettare l’idea, la domanda, la storia che si vuole condividere con gli altri.

 

C’è uno scrittore italiano contemporaneo che apprezzi particolarmente o verso cui senti una certa affinità? Inoltre, c’è qualche classico della nostra letteratura che ha segnato o ispirato il tuo modo di scrivere?
Mi piacciono molto Gadda, Livia de Stefani, Bassani, Bianciardi, Meneghello, Goliarda Sapienza… Mi è piaciuto moltissimo un libro di Simona Vinci, “Dei bambini non si sa niente”. Penso che Camilleri sia un grande. E penso che sia Svevo sia Ginzburg abbiano fatto di me la scrittrice che sono. Si spera. Mi inquieta e mi interessa moltissimo Fleur Jaeggy. E mi vergogno per la mia pessima memoria: sicuramente dimentico moltissimi nomi assolutamente imprescindibili. C’è una poetessa contemporanea che mi affascina: si chiama Maria Borio. Ma so di avere un conto in sospeso con la scrittura italiana più recente.

La Feltrinelli ha pubblicato il tuo “Farándula” con il titolo “Showbiz”. In italiano non esiste un equivalente della parola farándula che sia adeguata in questo caso specifico, perciò, potresti spiegarci la ragione per cui è stato scelto 'showbiz'? Hai preso parte a questa decisione? Come si relaziona con la parola farándula?
Sono rimasta sorpresa quando ho visto la parola che avevano scelto per tradurre il titolo del mio romanzo. Il problema traduttivo, in questo caso, aveva a che fare con il fatto che farándula è un falso amico, e in italiano ha un significato diverso rispetto allo spagnolo: nel nostro paese la farándula fa riferimento alla parte del mondo del teatro, del cinema e della televisione che c’è oltre il palcoscenico e il lato artistico, e che si addentra nella vita privata, negli amori e anche nella precarietà di questo lavoro. Attraverso questo ritratto deformante, queste immagini che passano attraverso il filtro “valleinclanesco” del Callejón del Gato, volevo condividere e riflettere sulla crisi economica che abbiamo vissuto in tutti i paesi europei, chi più, chi meno, su come il passaggio dall’analogico al digitale ha cambiato le nostre vite, e su come a volte non mettiamo in discussione assiomi ideologici che abbiamo interiorizzato e che, quindi, non sottoponiamo a nessuna critica: forse dovremmo farlo…

Il linguaggio che hai utilizzato per scrivere il libro è complesso e ricco di riferimenti al mondo iberico, alla sua società, a personaggi e fatti difficili da capire all’estero, a meno che il lettore non sia particolarmente legato alla Spagna. Pensi che, da questo punto di vista, il tuo traduttore, che lavora con un testo di origine così ricco di elementi diversificati, abbia l’obbligo di renderlo il più possibile accessibile ai lettori, aggiungendo spiegazioni o appianando il linguaggio? O al contrario pensi che il lettore debba fare uno sforzo per comprendere e fare ricerche per conto proprio?

Ultimamente sono piuttosto sensibile a un processo di gentrificazione degli stili che associo al neoliberismo economico e che mi porta a lavorare con il sospetto, comico e critico, che il mondo finirà per pensare e sentire in inglese, pur non parlandolo. C’è una specie di colonizzazione degli affetti attraverso la finzione letteraria e televisiva, davanti alla quale cerco di resistere con il senso dell’umorismo, alcune battute, uno stile letterario enumerativo, una parola impregnata di “mediterraneità”, che potrebbe essere universale e traducibile proprio come quelle forme narrative che si impongono come universali per il semplice fatto essere ambientate a Brooklyn. Perché i romanzi di Foster Wallace non hanno bisogno di note a piè di pagina? Perché abbiamo già fatto nostro quel modello culturale e le linee guida dell’economia hanno molto a che vedere al riguardo. Io sono a favore dell’universalità di Mastroianni, De Sica, Loren e di tutti gli attori e le attrici, principali o secondari, che compaiono in “Showbiz”. Sono a favore del fatto che la letteratura diventi uno spazio di resistenza che incoraggia la lettura critica del testo e della realtà, e un territorio in cui si conservano le biodiversità culturali che stiamo perdendo sotto la maschera light e tollerata del politicamente corretto e dell’interculturalità, mentre le disuguaglianze di classe, genere e razza continuano a esistere cinicamente in tutto il mondo. E, ovviamente, in romanzi come il mio la traduzione è assolutamente fondamentale.

A tale proposito, che tipo di legame hai con i tuoi traduttori? Pretendi qualcosa in particolare nella traduzione dell’opera o li lasci lavorare liberamente?

Il lavoro della traduzione dev’essere libero e autonomo per chi lo realizza. Io dall’altra parte sono disponibile per risolvere i loro dubbi nel caso si rivolgano a me: a volte lo fanno e a volte no. Vedo la traduzione come un’attività di mediazione, assolutamente creativa, che, inoltre, è sottopagata e molto poco riconosciuta in campo culturale.

Dopo esserci conosciuti in occasione della presentazione di “Showbiz” alla biblioteca dell’Istituto Cervantes di Roma, ho iniziato a leggere i tuoi articoli pubblicati nella rubrica del  País. Mi sono imbattuto per caso e sorprendentemente nel trinomio “lingua, cultura e politica” leggendo l’articolo Lingüista: “nos estamos pensando y no se puede pensar sin el lenguaje. Sin sus normas y sus distorsiones”. Ci offri una tua riflessione sulle relazioni tra lingua, identità e ideologia?

Quando decisi di accettare l’invito a scrivere rubriche per El País, feci un esercizio di introspezione attraverso cui presi coscienza dei miei limiti. Pensai in che modo avrei potuto contribuire al giornale nel suo insieme, visto che lì ci sono professionisti capaci di reagire in maniera rapida e attendibile di fronte agli stimoli che ci giungono quotidianamente dalla realtà. Tenaci opinionisti politici, persone sempre al corrente di ciò che si chiama la “scottante attualità”. Arrivai alla conclusione che nelle mie rubriche avrei potuto offrire una visione critica dell’ideologia invisibile, di tutte quelle credenze e valori che, come ti dicevo prima, abbiamo interiorizzato a tal punto che nemmeno li percepiamo come ideologici: il modo in cui si usa il linguaggio rivela continuamente arcani e segreti criptati (l’iperbole e la ridondanza sono per scherzo), contenuti di quell’ideologia invisibile che dimostrano la validità della massima di Humpty Dumpty, secondo cui “l’importante non è sapere ciò che le parole significano, l’importante è sapere chi è che comanda: questo è tutto”. Per questo le mie rubriche parlano del linguaggio e della retorica, e, parlando del linguaggio e della retorica, parlano della violenza del mondo in cui viviamo, della reale gravità delle menzogne e dell’errore che commettiamo nel considerare che la cultura, le discipline umanistiche, la filosofia o la stilistica siano discipline ornamentali.

Tornando alla tua rubrica, com’è nata questa collaborazione con El País? Tutti i tuoi articoli hanno come titolo un sostantivo femminile o un aggettivo qualificativo. Puoi spiegarci il perché di questa scelta?

Riprendendo il filo della risposta precedente, penso che il linguaggio sia impregnato del discorso del potere. Tuttavia, è patrimonio di tutti e possiamo legittimamente giocarci, contraddire le sue norme, infrangerlo e, mancandogli di rispetto, dimostrargli il rispetto più grande, nella misura in cui il linguaggio ci aiuta a vedere e trasformare la realtà partendo dalla realtà stessa. Quindi, se nel nostro modo di parlare e scrivere ci sono motivi maschilisti, classisti e razzisti, io mi permetto di giocarci per evidenziare quegli “ismi” malsani e ribaltare il processo. Il mio approccio alla lingua e alla cultura è ottimista: credo che sia performativo. Penso che, come le lingue possono essere un deposito di menzogne e di residui tossici del discorso dei vincitori, allo stesso modo possano anche diventare un tentativo di avvicinamento e costruzione delle verità, per quanto soggettive possano essere, e uno strumento valido per difendere gli interessi e dare visibilità alle persone meno privilegiate. Cerco di usare il linguaggio per suturare le crepe di disuguaglianza. Inoltre, mi inquieta il fatto che il politicamente corretto, applicato al linguaggio e legato alle pratiche femministe, riduca lo spazio delle nostre legittime rivendicazioni alla mera spettacolarità commerciale ricercata da alcuni mezzi di comunicazione per suscitare polemiche e vendere notizie.

Nell’articolo Deseada ci fornisci una riflessione molto attenta su come qui in Italia imperversino le retoriche xenofoba e maschilista della Lega. La globalizzazione risveglia rigurgiti nazionalisti, esaltazioni identitarie, localismi, intimità culturali. La critica di genere, il processo di emancipazione della donna, sembrano rigurgitare i peggiori oltraggi e le più
sottili forme di dominazione della donna, alcune delle quali hai messo in evidenza in maniera chiara e incisiva nel tuo articolo. È come se stessimo giocando a un gioco da tavola seguendo le regole di un’edizione troppo vecchia. Cosa abbiamo dimenticato? Cos’è che stiamo sbagliando? Secondo te, quali cambiamenti abbiamo bisogno di intraprendere?
Abbiamo dimenticato la razionalità e il valore dell’ideologia rispetto al discorso di pancia, che non viene venduto come discorso ma come modo naturale di comportarci. Abbiamo dimenticato l’allegria. Abbiamo dimenticato che parlare con il cuore in mano e parlare con la mano sul cuore
non sono la stessa cosa. Abbiamo dimenticato la necessità dell’utopia, che pensare è utile, nel bene e nel male, che la cultura non ci rende sfigati, che una società democratica è quella che insegna al suo popolo a leggere costruendo il senso critico e senza incoraggiare le passioni basse. Abbiamo dimenticato che la cultura non deve essere costruttiva per una questione di principio, che appartiene a tutti e non solo a delle élite che la riducono a una mera distrazione perché sanno che è potente; abbiamo dimenticato che la metabolizziamo e che a volte ci aiuta a liberarci di pregiudizi dannosi. Abbiamo dimenticato che ogni tanto dobbiamo chiederci da dove vengano quei desideri che, dopo esser stati realizzati, ci fanno sentire liberi, quando invece siamo più schiavi che mai. Abbiamo dimenticato il potere delle bestie e la necessità dei tempi lenti e di guardare sotto i tappeti, sotto la punta degli iceberg e oltre le vetrine dei negozi per fuggire da inerzie e alienazioni. A volte bisogna
rompere quelle vetrine per vedere cosa c’è dietro.

Infine, torniamo alle parole e al loro potere di custodire mondi di significati; mondi che, a volte, possono essere distorti da un uso poco attento o tendenzioso del linguaggio. Nel nostro blog ogni mese presentiamo una parola, proprio con l’obiettivo di fare un approfondimento semantico. Pensando alla nostra epoca, ci lasci due parole che senti particolarmente tue e che suscitano in te, rispettivamente, paura e speranza?
Libertà e uguaglianza. La prima perché a volte si riduce all’idea di comprare e vendere, e altre invece viene utilizzata per legittimare condotte preistoriche: ad esempio, adesso l’estrema destra spagnola utilizza la parola “libertà” in frasi come “i genitori hanno la libertà di sottoporre i loro figli a una terapia nel caso siano omosessuali o lesbiche”. Che perversione del concetto di libertà è mai questa? Riguardo l’uguaglianza, ci sono persone che svolazzano qua e là perché rivendicano la loro diversità: io anche rivendico la mia diversità, ma non accetto che la mia diversità diventi uno svantaggio né negli spazi pubblici né in quelli privati; si manipola ingiustamente il significato di “diversità” per conservare i privilegi e per smentire un’ovvietà: le pari opportunità sono una delle più grandi conquiste dell’umanità ancora da raggiungere.

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